martedì 20 maggio 2008

Erasmus, non è più boom?!

  • L'obiettivo dell'Unione europea era di arrivare a tre milioni di studenti Erasmus entro il 2012. Il sogno però rischia di rimanere tale. Quest'anno i giovani che hanno deciso di andare con il programma Erasmus a studiare per qualche mese al di là dei confini nazionali sono stati in tutto poco meno di 160 mila. Tanti quanti una cittadina. Una cittadina però che ha smesso di crescere ai ritmi vorticosi a cui aveva abituato tutti e che ciascuno si aspettava. Per la prima volta i ragazzi tedeschi, le ragazze francesi, i giovani olandesi e gli universitari greci e irlandesi si direbbero non essere più presi dalla stessa voglia contagiosa di partire. Almeno con l'Erasmus. Quest'anno, secondo i dati resi noti dalla Commissione europea, il tasso di crescita degli universitari che hanno valicato i confini per motivi di studio si è fermato al 3,2 per cento. Un incremento inferiore alla metà di quello che si era registrato l'anno scorso (vedi tabella). Un anno particolare visto che era stato celebrato il ventennale dell'Erasmus ma in linea con i precedenti quanto a ritmi di espansione. Alcuni paesi hanno visto addirittura decrescere in termini assoluti il numero dei ragazzi. E' il caso di spagnoli, greci, irlandesi, norvegesi, danesi, finlandesi e islandesi. Pressoché fermi anche tedeschi (che rimangono ad ogni modo il paese che fa partire il maggior numero di studenti universitari), olandesi e svedesi. A questo punto il testimone sembra passare agli universitari dei paesi dell'Est e del Centro Europa che sono entrati nell'Unione all'alba del 2004. Tutti con tassi di crescita superiori al dieci per cento. Soprattutto ragazzi con in tasca un passaporto polacco e ceco. E anche i turchi. Numeri che però complessivamente non sembrano sufficienti da soli ad arrivare alla cifra indicata dall'Unione europea da qui a quattro anni. Le riforme e la difficoltà a partire. Le ragioni sono diverse. Per Renato Girelli, dell'unità politiche universitarie e programma Erasmus della Commissione Europea, le cause vanno rintracciate nelle riforme che hanno interessato il sistema formativo universitario, nella stagnazione economica e in una crescente offerta di strumenti di mobilità indirizzati ai giovani. "Noi per primi - spiega Girelli - abbiamo detto che l'avvio del Processo di Bologna e del sistema del 3+2 avrebbero fatto sì che i dati di mobilità sarebbero diminuiti per un po'". I ragazzi infatti all'interno del nuovo quadro formativo non possono partire il primo anno e l'ultimo anno tendono a impegnarlo per ottenere il diploma e provare ad entrare in un mercato del lavoro quasi inaccessibile. "Prima c'erano forse maggiori probabilità di avere una mobilità che si integrava e non ti faceva "perdere tempo" in termini di raggiungimento dell'obiettivo diploma". I problemi economici e l'aumento della borsa. A spiegare il fenomeno in parte può essere lo scenario economico continentale non certo dei più rosei. Per Consuelo Corradi, docente della Lumsa e autrice un paio di anni fa di un'indagine sui giovani che partivano con Erasmus, "il rallentamento può essere collegato a una situazione economica non favorevole. Le borse di studio non sono quasi mai sufficienti e le famiglie in tutta Europa ora fanno più fatica ed è comprensibile che esitino un po' prima di partecipare a una scelta di questo tipo." In questo senso è ragionevole aumentare il sostegno che viene dato ai ragazzi e l'Unione europea sta cercando di fare qualcosa. Per di più ora che la borsa ha perso di potere d'acquisto in termini reali. "Adesso il Parlamento europeo - racconta Girelli - ci ha chiesto di rinforzare la borsa e renderla armonica tra i vari paesi. L'obiettivo è di avere almeno 200 euro al mese di borsa comunitaria che si aggiunge a quelle nazionali e agli altri contributi. Non sarà un granché ma è un primo passo". Un'indagine della Commissione europea che ha analizzato il background socio-economico degli "erasmini" ha scoperto che un quinto di loro, durante il periodo di studio fuori dal paese d'origine, si è ritrovato in condizioni economiche precarie. Tra le mete quella che viene preferita da tutti è la Spagna. Quest'anno sono stati in quasi 30 mila a scegliere le facoltà universitarie spagnole. Tra le prime dieci università per numero di studenti accolti, otto hanno sede nel paese guidato da Zapatero (vedi la TOP 20). Le altre due sono italiane: Bologna e Firenze. La seconda meta più ambita è la Francia. Qui però arrivano un numero significativamente inferiore di studenti (quasi due terzi di quelli che vanno in Spagna). Segue la Germania. Solo quarto il Regno Unito. La trasformazione dell'offerta di mobilità giovanile. Questa flessione degli studenti Erasmus va spiegata anche con la crescita delle opportunità che hanno le nuove generazioni di muoversi per il pianeta. Girelli spiega che "con le nuove mobilità più brevi, i diversi tipi di mobilità incrociata, le opportunità presso le imprese che possono essere integrate nei curriuculum e i nuovi master comuni si dovrebbe permettere agli studenti di trovare la nicchia dove avere la loro esperienza all'estero". Il commissario per l'istruzione, formazione, cultura e gioventù, lo slovacco Ján Figel', vorrebbe che si arrivasse a un punto in cui tutti gli universitari potessero accedere a un periodo di studi all'estero. Ma sembra difficile pure l'obiettivo dei tre milioni entro il 2012. "La Commissione - ammette Girelli - dovrebbe essere esortata a fare un po' più campagna di informazione intelligente. La volgarizzazione del programma Erasmus ha fatto sì che quasi tutti sanno cosa sia, ma non tutti sanno come funziona, non tutti ne conoscono i vincoli e gli obblighi. Forse già questo rinforzerebbe l'interesse dello studente. Anche perché rimane che Erasmus viene riconosciuto al cento per cento e viene capitalizzato nel proprio cv. Non dico che il nostro programma permetta una mobilità più importante, ma è sicuramente è iscritta in un percorso più completo". Intanto sul piano nazionale c'è chi fa molto per rilanciare il programma. Il governo Zapatero ha stanziato 35 milioni di euro per aumentare la borsa base comunitaria per gli studenti Erasmus....e a Brescia?(ecco l'articolo del Brescioggi):
  • Ingegneria riapre il bando Erasmus (scadenza alle 13 del 30 maggio, bando sul sito www.unibs.it). Economia lo farà a settembre/ottobre. Le adesioni degli studenti della Statale al programma di scambi internazionali dell’Unione europea restano inferiori all’offerta. E i motivi ci sono. Li elencano gli studenti, e pure il responsabile della Commissione internazionale di Ingegneria Riccardo Leonardi. Stanno nel «tre più due» che complica le cose, nelle destinazioni non sempre appetibili, nelle incertezze sul riconoscimento degli esami. Qualcosa è da cambiare.Leonardi ammette che negli ultimi due o tre anni c’è un calo importante tra gli studenti di Civile e Meccanica, come anni fa c’era stato tra quelli di Elettronica e Informatica. Ma «il problema si è già risolto in questi ultimi corsi di laurea - dice -, e pensiamo che accadrà pure con gli altri». Sarebbe un fenomeno transitorio, insomma, legato alle complicazioni del tre più due, che «rendono difficile immaginare un passaggio all’estero nonostante la normativa più flessibile rispetto al vecchio ordinamento». Il fatto è che le vecchie regole erano consolidate.Oggi i piani di studio cambiano di anno in anno, «il sistema diventa poco stabile e agli studenti mancano i riferimenti utili, anche dei coetanei che hanno già fatto l’esperienza». Tuttavia, il professore non nega che «in parte il calo dipende dalle rigidità dei colleghi, freddi a incentivare lo studio in atenei europei». I docenti di via Branze «cercano di cautelarsi sulla qualità della formazione, dovrebbero verificare prima che le strutture estere diano gli stessi livelli, ma la cosa è difficile e allora frenano».In più, non tutte le sedi sono appetibili. Leonardi sottolinea che le destinazioni nordeuropee (Danimarca, Svezia…) e in genere quelle di lingua anglosassone sono ambite e si esauriscono alla svelta. Altre, come la Turchia, la Romania, la stessa Germania per difficoltà linguistiche, non sono richieste, e restano libere. Sicchè le facoltà sono costrette a rinnovare i bandi con la speranza che qualcuno si decida. Le cose andrebbero meglio, però, se ci fosse uno sforzo maggiore da parte delle strutture universitarie per promuovere il programma, se l’ufficio relazioni internazionali fosse più dinamico e capace di influenzare le scelte degli studenti».I quali ripetono grosso modo le stesse perplessità. Francesco Esposto di Progetto ingegneria aggiunge i problemi burocratici. «Erasmus è nato per facilitare gli scambi - sottolinea - ma spesso è lo studente che deve fasi carico di chiedere alla sede estera se i crediti vengono commutati, e a volte solo dopo aver seguito i corsi all’estero scopre che non può tramutarli in crediti curricolari».E capita pure, come a Edile-Architettura, che «alcuni docenti tengono in considerazione solo parzialmente gli esami sostenuti, ad esempio, ad Archittura a Parigi».

Italia, i docenti universitari più vecchi d'Europa

Università italiana da svecchiare? Volgendo lo sguardo all'estero, sembra proprio di sì. I professori che insegnano negli atenei del nostro Paese sono i più vecchi d'Europa. L'impietoso panorama anagrafico è stato fornito dallo stesso ministero dell'Università che qualche settimana fa ha aggiornato i numeri relativi al personale docente. Il corpo accademico italiano, nell'ultimo decennio, non è mai stato così anziano come nel 2007. E il confronto internazionale ancora una volta ci colloca in coda alla classifica: siamo i più vecchi d'Europa. Tra ricercatori (che in teoria non dovrebbero insegnare, ma che in quasi tutte le università tengono in piedi la didattica accollandosi la maggior parte dei corsi), professori associati e ordinari, l'età media supera i 51 anni. L'anno scorso, e due anni fa, si manteneva con una certa fatica al di sotto di questa soglia e nel 1997 era sotto i 50 anni. Sono i docenti all'apice della carriera (i professori ordinari) che, carta d'identità alla mano, fanno registrare il record. In Italia, la metà dei professori ordinari ha superato i 60 anni e quasi 8 docenti su 100 ha spento almeno 70 candeline. I giovani sono pochissimi. Se per giovani consideriamo gli under 40 possiamo fare affidamento sull'1,7% e gli under 50 ammontano a meno del 19%. Le cose migliorano passando in rassegna le età dei professori associati, dove gli ultrasessantenni rappresentano comunque un quarto del totale. E di "giovani" al di sotto dei 40 se ne conta poco più di uno su 10. I ricercatori, in Italia, rappresentano l'avanguardia della carriera universitaria a tempo indeterminato. Tra di loro ci sono i più giovani in assoluto. Ma non occorre farsi troppe illusioni: gli under 30 bisogna scovarli con attenzione, considerato che se ne possono contare appena 2 su 100. Vanno decisamente meglio le cose con i "giovani" under 40 che rappresentano lo zoccolo duro della ricerca universitaria nazionale: 4 su 10. Ma, per vocazione o per mancanza di santi in paradiso, anche fra i ricercatori ci sono i decani: il 7% ha oltrepassato le sessanta primavere e uno su tre a più di 50 anni. E' l'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ci consente, anche se con i dati del 2005, il confronto con le altre realtà europee. L'età media dei nostri professori universitari (compresi i ricercatori, che abbassano la media), poco sotto i 51 anni, non trova riscontri all'estero. In Francia l'età media è pari a 45 anni, in Spagna si scende a 44 per andare ancora più giù in Germania e Portogallo, a 42 anni. Salgono in cattedra giovanissimi (38 anni) invece in Turchia. Basta fissare l'asticella sui 34 anni per comprendere quanto siamo lontani dalle altre realtà europee. Nel nostro Paese, solo 4 docenti universitari su cento possono vantare meno di 34 anni. La percentuale di giovani schizza letteralmente in su oltralpe (il 21% di under 34 in Francia), Germania (32%) e Finlandia, dove le probabilità di stare "in cattedra" da giovanissimi è alta: 28%. Anche il Regno Unito dà molte chance (il 27% di docenti universitari con meno di 34 anni) ai propri giovani di intraprendere la carriera universitaria. Ma, ancora una volta, il record spetta alla Turchia dove il 41% dei prof ha festeggiato meno di 34 compleanni...che dire?...c'è ancora molto da lavorare...

mercoledì 14 maggio 2008

Resoconto Senato Accademico del 12 maggio...

Ecco finalmente un altro Senato Accademico che ha visto ancora una volta (la terza di fila) assenza di Ignazio Bellitti (eletto per Ateneo Studenti ad Economia!).
Ecco i punti più importanti affrontati, a dir la verità non molto per gli studenti:
  • Arrivati parte dei soldi stanziati nella scorsa finanziaria (il 95,65% dei fondi promessi), ora si attende il rimanente 4,35% (pari a circa 3 milioni di euro) oltre ad altri contributi;
  • Regolamento sul finanziamento esterno di posti di ruolo di professori/ridercatori ossia di "Cattedre Convenzionate" per un periodo minimo di 10 anni : soggetti terzi (privati o pubblici) potranno finanziare una cattedra nell'interesse dell'Ateneo (avviene in maniera simile in molti stati del mondo...);
  • Introduzione della Lode nei Master Accademici;
  • Approvato un decreto per l'istituzione di un "Collegio di eccellenza" (Collegio di Brescia?) finanziato dalla fondazione Lucchini e dalla Fondazione Cariplo, con la partecipazione dell'Università del Sacro Cuore. 30 posti che in futuro saranno adibiti a studenti eccellenti...

Nel frattempo la ragioneria mi ha inviato i dati relativi alla contribuzione studentesca degli ultimi anni (tasse), dopo la mia richiesta protocollata il 14.02 e le successive mail e telefonate. Mentre per gli anni 2005 e 2006, il rapporto tra tasse e contributi statali (FFO) a bilancio consuntivo della nostra Università sia a norma di legge: rispettivamente il 17,2% e 18,4% (ricordo che la legge OBBLIGA a sottostare al 20% max tra rapporto gettito tasse/FFO consolidato), per quanto riguardo l'anno 2007 la percentuale sale al 20,46% (SIAMO FUORI I LIMITI DI LEGGE, PAGHIAMO TROPPE TASSE!!)..inizieremo a muoverci al più presto come lista...e vi terrò informati...

mercoledì 7 maggio 2008

Mariastella Gelmini nuovo ministro dell'Università...

Mariastella Gelmini (Leno, 1° luglio 1973) è avvocato, è specializzata in diritto amministrativo. Coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia, è stata eletta alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 2006 (XV legislatura) e confermata nel 2008. Entrata in Forza Italia sin dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, è stata Presidente del Club "azzurro" di Desenzano dal 1994. Nel 1998 è stata prima degli eletti alle amministrative ricoprendo, fino al 2002, la carica di Presidente del Consiglio del comune di Desenzano. Tuttavia nel 2000 fu sfiduciata da presidente del consiglio comunale per inoperosità. La sfiducia oltre che dall'opposizione fu votata anche dai membri del suo stesso partito.Dal 2002 è stata Assessore al Territorio della Provincia di Brescia . Prima degli eletti alla Regione Lombardia nella circoscrizione di Brescia per Forza Italia (17.453 preferenze), entra nel Consiglio Regionale della Lombardia nell'aprile del 2005. Il mese successivo, a seguito dello straordinario successo elettorale, Silvio Berlusconi decide di nominarla Coordinatrice Regionale di Forza Italia in Lombardia, carica che ricopre tuttora.
Una bresciana ministro dell'Università, un grosso in bocca al lupo...
Ecco le prime dichiarazioni:
Per fare decollare il sistema universitario gli studenti dovrebbero sottoporsi ad "esami preliminari obbligatori per l'accesso alle università pubbliche e private, anche ove non sia previsto il numero programmato per le iscrizioni ai corsi di laurea, al fine di valutare la preparazione di base e i successivi progressi degli studenti". Bisognerebbe rimodulare "le tasse universitarie, con rafforzamento delle borse di studio destinate agli studenti meritevoli e aumenti delle tasse a carico degli studenti fuori corso", ampliare "l'ambito di applicazione dell'istituto del prestito d'onore". Per la valorizzazione del merito dei docenti universitari e dei ricercatori si dovrebbe passare per la "la progressiva abolizione degli incarichi a tempo indeterminato". Occorrerebbe rivedere "i meccanismi di reclutamento, mediante l'istituzione progressiva della chiamata nominale da parte delle facoltà universitarie" e "introdurre sistemi di verifica triennali dei risultati della ricerca, ai fini del mantenimento dell'incarico e delle progressioni di carriera". Ma non solo. I finanziamenti agli atenei dovrebbero essere ripartiti in misura direttamente proporzionale ai risultati formativi qualitativi certificati da organismi terzi". Stesso discorso per gli Enti di ricerca ai quali toccherebbe la privatizzazione e "la soppressione di quelli pubblici che risultano inadeguati rispetto agli standard internazionali".

domenica 4 maggio 2008

8 maggio: l'Unione degli Universitari davanti a Montecitorio...

L’8 maggio si svolge un’udienza importantissima per il ricorso collettivo organizzato dall’Unione degli Universitari per gli studenti che sono rimasti esclusi dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Il caos scoppiato quest’anno sullo svolgimento dei test d’ingresso a Medicina e Chirurgia, con le tante segnalazione giunte ai giornali e all’Unione degli Universitari, il riconoscimento da parte del Consiglio di Stato che una delle domande nel test d’ingresso di Odontoiatria è errata, testimoniano come il sistema dei quiz per “selezionare” l’ingresso all’Università è fallimentare e va superato. Si assiste a una situazione di totale illegalità che va ad aumentare la negazione del diritto allo studio. Ma in questa giornata le Studentesse e gli Studenti non si limitano ad attendere l’esito di un percorso giudiziario, chiedono che si affronti un problema ben più ampio, quello di una riforma sostanziale e complessiva del sistema di accesso all’università. Le barriere formali e sostanziali al ingresso sono sempre più rigide, come Studentesse e Studenti dobbiamo lottare fortemente per garantire a tutte e tutti il libero accesso “ai gradi più alti dell’istruzione” così come previsto dall’Art. 34 della nostra Costituzione. Nel nostro paese c’è ancora una relazione diretta tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli, indice di una forte rigidità sociale a cui né la scuola né l’università sono riuscite a dare risposta. Per questo ci opponiamo a qualsiasi meccanismo di selezione all’accesso a tutti i corsi di laurea. E per questo riteniamo che il decreto che introduce l’attribuzione di un punteggio sulla base dei voti riportati nel ciclo secondario superiore ha aggravato ulteriormente la situazione. Lo studente deve essere valutato solo in base al suo percorso universitario, senza precludere a nessuno la possibilità di formarsi! Le Direttive europee in materia prevedono soltanto il raggiungimento di standard qualitativi elevati della formazione e non forme di programmazione degli iscritti anche per i corsi che ora in Italia sono obbligatoriamente a numero chiuso in base a una legge nazionale (medicina e chirurgia, veterinaria, odontoiatria e protesi dentaria, architettura, scienze della formazione primaria e scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario). La legge 264/99, lasciando i margini per una diffusione indiscriminata del numero chiuso, anche in altri corsi di laurea, limita fortemente il libero accesso al sapere e discrimina gli studenti sulla base delle competenze iniziali. Oltre alla 264/99 altre barriere sono in arrivo: con l’applicazione della Riforma della didattica Mussi-Moratti, che prevede la possibilità per gli Atenei di mettere fortissimi sbarramenti di tipo curriculare sia alle triennali sia alle specialistiche, e con il Decreto Ministeriale che attribuisce al Ministro dell’Università il compito di decidere in maniera autoritaristica del destino di ogni corso di laurea in ogni ateneo. Abbiamo chiesto ai precedenti Ministri dell’Università, e continuiamo a chiedere, l’abrogazione della 264/99. È una legge che va abolita anche perché esplicita sostanzialmente la scarsa volontà di investire sul sistema universitario. Nella società della conoscenza diventa fondamentale per lo sviluppo di un Paese la capacità di produrre nuovi saperi e di diffonderli il più possibile, attraverso un sistema universitario di qualità e di massa, che sappia coniugare attività di didattica e ricerca di alto livello: sono necessari quindi, da un lato, finanziamenti adeguati alla maggiore richiesta di formazione che viene dalle giovani generazioni e, dall’altro, l’eliminazione di tutte le barriere formali e sostanziali all’accesso ai saperi. Chiediamo con forza a tutto il Parlamento di impegnarsi per l’abrogazione della 264/99, per una nuova legge sull’accesso all’università e per l’aumento dei finanziamenti per didattica, ricerca e diritto allo studio. TI ASPETTIAMO DAVANTI A MONTECITORIO L' 8 MAGGIO ALLE ORE 11.00 PER QUALSIASI INFORMAZIONE E PER ADERIRE ALLA MANIFESTAZIONE MANDA UN'EMAIL A ORGANIZZAZIONE@UDU.IT Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo PRIME ADESIONI: RETE DEGLI STUDENTI (REDS), FLC-CGIL, FEDERCONSUMATORI, STUDENTI PER- SINDACATO STUDENTESCO PADOVA, UNIONE DEGLI STUDENTI(UDS), ASSOCIAZIONE IL MANCINO

mercoledì 30 aprile 2008

Verso il Preview dell'Università...

ECCO IL PROGRAMMA PER IL PREVIEW 2008, giornata in cui l'Università degli Studi di Brescia apre le porte a tutti gli studenti che sono interessati alle varie Facoltà :

  1. Venerdì 16 maggio 2008, ore 17.45, sede della Facoltà di Medicina e chirurgia, Viale Europa 11, Sala consiliare “L’Università …e poi?” Incontro con Vittorino Andreoli
  2. Sabato 17 maggio 2008, ore 8.00-17.00, sede della Facoltà di Economia, via San Faustino 74/B
  • Dalle 8.30 ogni ora Presentazione dei corsi di studio delle quattro Facoltà e dei servizi. Confronti con studenti senior. Gruppi di orientamento condotti da professionisti (su prenotazione)
  • Alle ore 10.30 e alle ore 11.30 Incontri con testimonial del mondo del lavoro sugli sbocchi professionali
  • Dalle ore 9.00 Visite guidate alle sedi delle Facoltà (su prenotazione agli stand, con partenza dalla sede della Facoltà di Economia)
  • Segreteria organizzativa e centro di prenotazione gruppi di orientamento Tel. 030 2988312

lunedì 14 aprile 2008

Ogni nazione ha il governo che si merita...

C'è una scritta, "Comunque vada, grazie Walter". Il colore della sconfitta è il verde speranza che tappezza i pavimenti e le pareti del "loftone". E' uno spazio a pochi metri dalla sede del Pd nel centro di Roma. Per adesso, per l'occasione, è la sala stampa del Pd. E' sul palco in mezzo a quel verde che Walter Veltroni compare, poco dopo le 20, con lo stato maggiore del partito - tutti insieme schierati, non più l'uomo solo delle 110 città italiane - per dire che "la sfida non ha raggiunto l'obiettivo" e "il risultato è chiaro, la destra governerà il paese". Che lo scenario avrà due dimensioni: "L'opposizione, e la convergenza sulle riforme delle quali il paese ha grande bisogno". E che ha telefonato a Silvio Berlusconi per fargli complimenti e auguri di buon lavoro "come si fa in ogni grande democrazia occidentale". Veltroni si commuove, non parla a braccio. Tira fuori un foglietto e lo poggia sullo stesso leggìo trasparente che lo ha accompagnato in campagna elettorale. Ringrazia gli elettori "che hanno dato fiducia alla nuova sfida". La destra ha vinto ma c'è anche "un riequilibrio nei rapporti tra le forze di destra a favore della Lega, con un successo consistente". Vale a dire un'ipoteca pesante sul governo Berlusconi, che rende il Carroccio determinante ed esaspera le diversità della coalizione di destra. Il Pdl "dovrà sciogliere il nodo se essere un partito - dice Veltroni - o rimanere un semplice cartello elettorale. E non so quanto questa maggioranza potrà durare". Sono passati 60 anni da quando un comunista, Umberto Terracini, firmava la Carta costituzionale della neonata repubblica. Sei decenni dopo, e per la prima volta da quando il fascismo li aveva messi fuorilegge, nel Parlamento italiano non siederanno né comunisti, né socialisti. Il poco più del 3% preso alla Camera dalla Sinistra e l'Arcobaleno e lo 0,9% raccattato dagli eredi di Pietro Nenni e Bettino Craxi non lasciano possibilità. A Montecitorio e Palazzo Madama nessuna targhetta adornerà le stanze dei gruppi parlamentari con i simboli del lavoro che hanno percorso tutto il '900. I socialisti hanno provato a fare breccia battendo la via del laicismo, della contrapposizione netta, diretta e frontale alllo "Stato clericale" che da Boselli in giù gli eredi del garofano indicavano come il pericolo massimo per il Paese. Ma non ha pagato. Gli eredi del comunismo nelle sue varie forme ci hanno provato. Hanno provato a rinunciare a nome e simboli per resistere ancora una Legislatura, per portare questo fardello novecentesco nella storia politica del XXI secolo, ma non è bastato. Dalle politiche del 2006, dopo due anni di governo, i partiti che formavano la cosidetta "sinistra radicale" hanno perso il 9%. "Una sconfitta di proporzioni impreviste" ha detto desolato il leader Fausto Bertinotti. Una sconfitta che lascia senza rappresentanza parlamentare non solo la "sinistra storica" ma anche tutto un mondo che prima fra Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani trovava un suo riferimento nelle istituzioni. La sinistra dei comitati, dei centri sociali, dell'antagonismo. Via i pacifisti che appena 5 anni fa riempivano le piazze e le strade, fermavano i treni che portavano armi all'Iraq, che riempivano le finestre d'Italia di bandiere arcobaleno. Via i comitati del no: niente rappresentanza per i vicentini che non vogliono la base Usa né per i valligiani che vogliono fermare la Tav che dovrebbe invadere le loro terre. E i centri sociali? Quante volte Rifondazione o i Verdi erano intervenuti per tenere a freno questi compagni un po' troppo esuberanti? Anche per loro niente più lacci, lacciuoli, equilibri di partito o di coalizione da tenere insieme. Caruso torna a casa nel suo Sud Ribelle, Daniele Farina al Leoncavallo di Milano. Che farà ora l'area dell'antagonismo militante? In molti fra loro, in realtà, tirano un sospiro di sollievo. In un colpo solo, insomma, sono scomparsi la vecchia e la nuova sinistra. Ha pesato l'astensionismo, certo, molti compagni che piuttosto che beccarsi Berlusconi hanno preferito "turarsi il naso" e votare Veltroni, due anni di governo con poche prede nel carniere da esibire al momento della campagna elettorale; un leader un po' appannato dagli stucchi e dagli ori degli appartamenti riservati al presidente della Camera. Pesi diversi e tutti influenti ma resta il fatto che una stagione è finita nel modo più brusco....